Religioni a Genova: dove e come andare
Alessandro Nesti
È stato pubblicato, con la collaborazione del Rotary Club
Genova Ovest, un interessante opuscolo della Consulta
delle religioni di Genova, finalizzato a fornire molteplici
ed interessanti informazioni sulle possibilità di poter praticare
culti diversi, sfogliando il quale sembra quasi di
poter affermare che Genova sia una vera e propria capitale
del pluralismo religioso.
Il motivo principale per cui si è costituita la Consulta, su
sollecitazione del Comune di Genova (Assessorato alla
Cultura) è quello di poter garantire ai molti cittadini stranieri
che si inseriscono nel nostro tessuto cittadino, la possibilità
di continuare a praticare il proprio credo e, perché
no, stabilire un fruttuoso dialogo, volto allo scambio e alla
crescita data da una più profonda conoscenza reciproca.
Dall'opuscolo risulta infatti evidente, ma forse a non tutti
noto, quante siano le religioni rappresentate nella nostra
città: dalla religione islamica alla chiesa ortodossa (presente
in diverse confessioni), dalla fede ebraica alle confessioni
cristiane protestanti o all'Istituto Italiano per il
rito Buddista, per citarne solo alcuni.
La Consulta avrà altresì un ruolo particolare nel dialogo
con la Pubblica Amministrazione, che tenterà di assicurarlo
e favorirlo, in relazione a numerosi temi (dalle festività
alla corretta gestione delle informazioni sulle singole religioni
da parte dei mass media, dal dialogo interrreligioso
alla gestione di dichiarazioni comuni su temi di particolare
interesse).
Le informazioni riguardanti ciascuna religione tendono, in
modo chiaro e succinto, a fornire una prima indicazione di
massima circa gli aspetti fondamentali (per esempio i precetti)
che contraddistinguono quella religione, oltre a
segnalare i luoghi di culto, il calendario delle festività
nonché, in alcuni casi, le regole alimentari.
La sezione dedicata alla Federazione delle Chiese
Evangeliche della Liguria e del Piemonte del Sud riporta
un'interessante nota di carattere storico, relativa alla presenza
dei Valdesi, dei Metodisti e della Chiesa Hispano
Americana a Genova, oltre alla descrizione di come vengono
celebrati i riti, il calendario delle festività e gli indiindirizzi
delle chiese presenti sul territorio.
Si tratta insomma di un piccolo sommario che ci consente
di apprezzare anche a Genova (seppure a titolo informativo)
tanti approcci diversi che l'Uomo ha elaborato nella
sua storia in diverse parti del mondo nei confronti di un
delicatissimo ed indispensabile ambito della sua vita:
quello religioso. È possibile richiedere la pubblicazione
direttamente alle proprie chiese.
Appunti per una riflessione sull'intercultura
Alessandro Nesti
Cosa possiamo fare, individualmente e insieme, per stimolare la riflessione sul fenomeno ‘dell’interculturalità’? Come possiamo dotarci di strumenti per affrontare il problema del dialogo con coloro che appartengono a culture diverse dalla nostra? Quali spunti ed indicazioni possiamo trovare all’interno del Vecchio e del Nuovo Testamento? Partiamo da queste domande, apparentemente semplici ma comunque fondamentali, per fare alcune considerazioni su questo tema delicato ed affascinante al tempo stesso. La questione ormai riguarda il nostro vivere quotidiano, a contatto diretto con persone provenienti da realtà molto diverse, che ci impongono tanti interrogativi: a che punto ci incontriamo? A cosa dobbiamo rinunciare per favorire l’integrazione e, contemporaneamente, cosa devono fare queste persone per sentirsi integrate? Per realizzare questi passaggi, è sufficiente la buona volontà o dobbiamo compiere uno sforzo cosciente per capirci reciprocamente?
Non è facile per nessuno affrontare un tema così complesso quale la cosiddetta ‘comunicazione interculturale’, ma un dato è certo: nessuno di noi ha la possibilità di ignorare un contesto ormai quotidiano che non può che prevedere l’impegno di ciascuno, nel tentare di comunicare (nel suo senso pieno del ‘communiter agere’ latino: agire insieme) con persone appartenenti ad altre culture. Dato il senso di inadeguatezza e spaesamento che il solo pensiero può provocare in alcuni di noi nell’affrontare questa delicata tematica, crediamo sia importante ricordare quanto gran parte della storia del cristianesimo (soprattutto quello delle origini, ma non solo) abbia fornito indicazioni e strumenti operativi, ponendo le premesse per un dialogo costruttivo. Basti solo pensare, a titolo di esempio, alle chiare sollecitazioni di Paolo, mirate allo studio delle lingue, primo strumento indispensabile ma non certo unico, per iniziare il dialogo.
L’esempio della lingua ci può però essere utile, in quanto costituisce lo strumento cardine su cui si organizza una cultura: quell’insieme di valori, comportamenti, storicamente definiti e accettati da un data comunità, utili al suo funzionamento e alla sua sopravvivenza. Chiariamo subito che questa non intende certo essere una definizione esaustiva di un concetto, quello di cultura in senso antropologicamente inteso, molto vasto e che intere enciclopedie non riescono a contenere, tanta la difficoltà nel descriverlo. Ciò che intendiamo fornire, è semplicemente una riflessione aperta ad ogni contributo che però tenga presente che la cultura, al pari di una lingua, viene appresa e, così come una lingua, si acquisisce fin dalla nascita in modo per lo più inconsapevole.
Per proseguire con la nostra metafora della lingua, si potrebbe osservare come spesso si possano notare le differenze e/o analogie tra lingue/culture diverse solo quando le raffrontiamo con la nostra. Siamo in qualche modo costretti a notare le differenze culturali, insieme alle naturali difficoltà nonché al fascino che ne può derivare, ogni qualvolta il confronto implica il riconoscimento di valori/comportamenti/pregiudizi/stereotipi che sono tipici del nostro modello culturale, contrapposto a quelli degli altri. La cultura in sostanza, sembra quasi, un abito che ogni comunità costruisce per darsi un’ identità, un nostro abito (soprattutto a livello di costrutti mentali automatici) di cui scorgiamo l’esistenza, solo quando lo mettiamo a raffronto con quello altrui. È come se portassimo un paio di occhiali senza esserne consapevoli.
In questi termini sembra quasi semplice, anzi simpatico, si potrebbe dire quasi spontaneo, osservare l’abito altrui. Il problema si pone quando, se vogliamo iniziare ad affrontare questo variegatissimo argomento, ci si rende conto che dobbiamo mettere in discussione noi stessi, iniziando a mettere in luce i nostri valori impliciti (non si farebbe altro che mettere in pratica il ‘conosci te stesso’ di Socrate), nel difficile tentativo di ‘ascoltare’ gli altri, nel senso di dare e fare loro spazio. Questo, sia ben chiaro, è già difficile farlo con le persone appartenenti alla nostra tradizione culturale o semplicemente con parenti, amici e conoscenti, possiamo immaginare cosa significhi farlo nei confronti di chi, spesso, viene avvertito ‘istintivamente’ come ‘corpo estraneo’.
Ma qui possiamo nuovamente ricordare i primi insegnamenti dei valori cristiani, cha vanno al di là delle razze o delle lingue e sono improntati al dialogo e al rispetto dell’altro, anche se questi non condivide il nostro sentire ed agire, per noi ‘naturale’. Si rende indispensabile, per così dire, la nostra disponibilità interiore ad ascoltare gli altri, un vero e proprio sforzo che bisogna imparare a compiere.
Questo sforzo, del resto, di capire e di farsi capire dagli altri, al di là della conoscenza linguistica, è ben chiaramente espresso in numerosi passaggi della lettera di Paolo ai Corinzi (14:13-19):
Perciò chi parla con il dono delle lingue, preghi di poterle interpretare. Quando infatti prego con il dono delle lingue, il mio spirito prega, ma la mia intelligenza rimane senza frutto. Che fare dunque? Pregherò con lo spirito, ma pregherò anche con l'intelligenza; canterò con lo spirito, ma canterò anche con l'intelligenza. Altrimenti se tu benedici soltanto con lo spirito, colui che assiste come non iniziato come potrebbe dire l'Amen al tuo ringraziamento, dal momento che non capisce quello che dici? Tu puoi fare un bel ringraziamento, ma l'altro non viene edificato. Grazie a Dio, io parlo con il dono delle lingue molto più di tutti voi; ma in assemblea preferisco dire cinque parole con la mia intelligenza per istruire anche gli altri, piuttosto che diecimila parole con il dono delle lingue.
Crediamo che questa esortazione possa costituire un primo passo per iniziare a mettere a fuoco la tematica dell’interculturalità e che, con il contributo indispensabile dei numerosi fratelli stranieri appartenenti alle nostre Chiese, si possa costruire percorsi di dialogo utili a fornire elementi, per ipotizzare possibili approcci al problema che ormai quotidianamente siamo chiamati ad affrontare.
Ferrero a Genova: Stemperare il clima
che agita le coscienze attorno all’immigrazione.
Il problema è principalmente strutturale: la
nostra economia, e quella europea, non ne
possono fare a meno. Siamo contro la clandestinità
e non contro il clandestino.
L’integrazione passa attraverso la conoscenza
della lingua italiana. Senza lingua non c’è
società. Il problema non è il velo ma se si è in
grado di leggere il giornale: la capacità di
entrare in relazione con gli altri. Chi ruba deve
stare in galera chi viene per cercare lavoro non
è un criminale. Serve una nuova legge che
risponda all’inclusione e non all’esclusione.
Occorre de-ideologizzare il dibattito perché sin
qui la politica ha evocato, per fini elettorali,
scenari foschi e strumentalizzato la paura del
diverso sino ad alimentare, consapevolmente,
una xenofobia incontrollata e perniciosa. Noi
sappiamo invece che, perché una società
possa svilupparsi, occorre che domanda e
offerta di lavoro possano incontrarsi veramente.
Le stime di mercato ci dicono che c’è un
grosso deficit su questo punto. Così ci troviamo
di fronte ad un freno allo sviluppo del
paese a causa di un approccio ideologico al
tema dell’immigrazione.
In sintesi è stato questo il messaggio lanciato
dal Ministro Paolo Ferrero nel salone del
Consiglio Regionale giovedì 7 dicembre.
Operatori, politici, associazionismo hanno tratteggiato,
per oltre tre ore, il quadro della situazione
ligure.
“L’iniziativa è stata dei Ministri dell’Interno
Giuliano Amato e della Solidarietà Sociale
Paolo Ferreo i quali hanno istituito tavoli di consultazione
sulla riforma del Testo Unico sull’immigrazione
con tutta la società civile organizzata
sia a livello nazionale che regionale”, scrive la
Federazione delle chiese evangeliche in un
comunicato. “Il percorso prevede 4 incontri alivello nazionale
con i due Ministeri - a cui partecipa direttamente
il Servizio Rifugiati e Migranti - ed una serie di incontri
regionali promossi dal Ministero della
Solidarietà sociale allo scopo di raccogliere le
esigenze, i problemi e le proposte su tutto il territorio
in tema di immigrazione asilo.
La Federazione delle Chiese Evangeliche in Italia è
direttamente coinvolta in questo percorso e partecipa
attivamente a tutti i Tavoli di consultazione
istituiti dal Governo con proposte concrete e
suggerimenti in vista della revisione della legislazione
in materia di immigrazione ed asilo.Per gli incontri regionali è necessario che le
chiese locali si attivino per portare avanti tutte
insieme proposte concrete che possano portare
all’elaborazione di una buona legge sull’immigrazione,
basata sul rispetto dei diritti umani
fondamentali e che allo stesso tempo tenga
conto delle esigenze concrete dei migranti e
della società italiana”. Anna Grosso, dell’Unione
evangelica per la solidarietà operante allo Spin,
ha portato un contributo sul tema delle carceri,
erano inoltre presenti i pastori Mercurio e Pons
e la presidente del consiglio della chiesa di
Sampierdarena Silvia Ricca.
Nella stessa giornata un servizio televisivo su
Rai 3, con intervista al pastore Cortès, ha presentato
l’attività della chiesa Ispanica-americana
di via Assarotti.
Arrivederci professore (Ricordo di Giorgio Spini) Ricordo quella giornata nel lontano mese di febbraio del 1980. Torre Pellice salutava per l'ultima volta il prof. Augusto Armand Hugon. Preside del Liceo valdese, gia' Sindaco della cittadina, presidente della Societa' di Studi valdesi, e insigne storico valdese. Giorgio Spini nel prendere la parola disse piu' o meno cosi': " Siamo venuti da Firenze, con i professori Maselli e Vola, per rendere omaggio a questo grande storico italiano". Mi ritornava alla mente quel funerale mentre in compagnia di Renata Pampuro lunedi' 16 gennaio viaggiavamo alla volta di Firenze per rendere un altro omaggio questa a volta Giorgio Spini. Sul treno incontriamo Giorgio Bouchard; ci raggiungera' piu' tardi Carlo Papini. Con Spini ci eravamo lasciati, qualche mese prima a Genova. Era un sabato sera e venivamo in taxi, con il suo giovane assistente Gagliani, da un ristorante del centro al termine del convegno della Guicciardini. Ancora una volta, ma non sapevo che sarebbe stata l'ultima, lo avevamo ascoltato in un clima conviviale. "Hai fatto bene ad occuparti di Mario Falchi, i valdesi se lo sono dimenticato troppo in fretta". Le sue valutazioni erano sempre una verifica importante; davanti a lui, ti sentivi l'eterno studente intento ad affrontare un esame dove pero' non devi farti mettere il voto. Un grande sollievo! Nel breve viaggio, da Carignano a Corvetto, mi disse. "Pons, tu che ne dici, la prossima volta un convegno al sud lo dobbiamo proprio fare". L'anno prima nel medesimo ristorante Spini mi aveva raccontato a lungo dei suoi inizi all'Universita' di Messina e, in qualche modo, per una sorta di analogia di quando si comincia, sembrava che le sue esperienze potessero comprendere le mie dove, in quella stessa terra, ho iniziato a fare il pastore. Forse, anche per questo, vedeva in me una certa affinita' di sensibilita' nel farsi le ossa in un contesto lontano da quello nel quale siamo cresciuti. Quando il taxi arrivo' alla mia fermata salutai i due compagni di quel breve viaggio notturno e me ne andai verso via Assarotti. Ci siamo lasciati in un luogo che trasuda di storia risorgimentale: al centro la Monarchia e' osservata, quasi ironicamente, dalla Repubblica sulla colonna (un bello scherzo, della controparte, avrebbe detto Spini). Poco oltre la galleria intitolata a Nino Bixio e ancora oltre quella che porta il nome di Garibaldi. Le sue ultime relazioni, se non sbaglio, le ha tenute qui a Genova e a Napoli citta' fiere della loro autonomia e di una storia di "teste calde", come si direbbe a Firenze. Ritrovo le sue lettere di quando ero pastore a Campobasso. "La tua lettera del 28 ottobre mi e' arrivata contemporaneamente a tante terribili notizie dal Molise, proprio come un raggio di luce fra le tenebre. Essa mi fa sperare che tu e i nostri fratelli molisani non abbiate avuto a soffrire del terremoto. Mi e' parso di vedere citato il nome di Ripabottoni tra i comuni colpiti dal sisma: il nostro gruppo battista e' in salvo?". Gli avevo trasmesso il mio entusiasmo dopo la lettura del suo libro la "Strada della liberazione"; bisognera' farlo leggere ai catecumeni, gli scrissi. Mi rispose poco dopo: " Caro Pons, non potevo avere un regalo di Natale migliore della tua lettera del 14 dicembre. Sai, anche io ho pensato a questa pubblicazione in funzione della testimonianza evangelica e sono felice di non essermi sbagliato". Amava quella terra, e la sua gente, perche' in qualche modo gli era debitore di qualcosa molto importante: " Sai, nella Guerra di Liberazione ho avuto la pelle salva grazie ai poveri contadini molisani". In queste lettere parlava di progetti da realizzare, di piste di ricerca da seguire, indicava nomi di studiosi da contattare, cose andate perse e da ritrovare, archivi da esplorare: " (...) si riuscisse a far saltare fuori il Giornale del Partito d'azione da lui diretto (Luigi Santini) durante la guerra di liberazione". Infatti era ben conservato nelle carte dell'archivio di Stato di quella citta'. Ho conosciuto Giorgio Spini tardi e ormai anziano. "Vedi, mi disse una volta, non sono piu' quel barone di un tempo". La prima volta che lo avevo contattato era per un dibattito su Protestanti e Massoneria promosso da Radio Beckwith a Torre Pellice. Poi gli chiesi una prefazione ad un opuscolo sul benefattore dei valdesi, il Beckwith. Qualche settimana dopo prontamente giunse il suo scritto. La disponibilita' e l'attenzione verso gli altri, che tante altre volte ho incontrato anche nel figlio Valdo, era un modo concreto di dare forma e contenuto al rapporto con la gente ma altrettanto di vivere la sua vocazione evangelica. In un libro che ho letto in questi giorni mi hanno colpito queste parole che forse ridicono quello che ho tentato di scrivere nel suo ricordo. "Se la vita e' una storia, si puo' desiderare che continui per sempre, ma ci si rende conto che anche la storia piu' bella deve avere una fine. Se non fosse cosi' sarebbe una strana storia. Percio' invece di addolorarci perche' e' dovuta finire, possiamo considerare una benedizione averne fatto parte" ( Arold S. Kushener). Italo Pons |