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Section Meditazioni

Bobbio Pellice e Senerchia

queste parole di Domenico Maselli scritte sul depliant del 150 anniversario dell'OEI, non le ho evocate in qualità di lettore neutro, ma io stesso potrei c'è scritto. Sono stato difatti, tanti anni fa, pastore nelle Valli valdesi, a Bobbio Pellice, dove ho conosciuto il mio amico e collega, Italo Pons, ch'era venuto nella mia parrocchia con dei ragazzi per presentare una recita : 2003, guardiamo in dietro. In questi tempi, prima dell'inverno i contadini bussavano alla porta del presbiterio portando delle patate e delle castagne per il Rifugio Re Carlo Alberto. Io, come tutti i miei colleghi delle Valli, facevo un culto mensile in quella casa per gli anziani, tutta gente povera e tanti che non potevano più parlare con gli altri, vittime del morbo di Altzheimer, protestanti, ma anche cattolici per la maggioranza di loro, malati che nessuno accettava negli altri ricoveri.

Mi ricordo anche, nell'80, quando siamo andati con alcuni membri della mia comunità a Senerchia, in provincia di Avellino, per aiutare la gente dopo il terremoto. L'inverno di quell'anno fu molto duro. C'era tanta neve e noi protestanti di ogni confessione facevamo la minestra e la pastasciutta nelle docce dello stadio accanto alle baracche del Comune di Parma, dove i compagni cantavano Bandiera rossa. Sì, è vero che le nostre chiese hanno sempre mostrato particolare sollecitudine per gli afflitti. Mediante i loro singoli membri e le loro istituzioni, continuano ancora oggi a stare accanto ai sofferenti e ai morenti, cercando di preservare la loro dignità in questi momenti significativi dell'esistenza umana e così rispondendo all'appello di Cristo che ci dice: "Sanate gli infermi". La forte propensione al sociale di cui parla Domenico Maselli appartiene all'essenza del messaggio cristiano.

Cristo ci manda, come abbiamo già accennato, per guarire . Questo vi fa pensare, ne sono sicuro, alla cosiddetta parabola del Buon Samaritano. Ne avrete sentiti tanti di questi sermoni in cui il predicatore manda le sue pecore verso tutti gli afflitti che giacciono sul bordo della strada. Ma questo non è, mi pare, l'insegnamento che il maestro vuole darci raccontando questa storia. Riprendiamo alcune parole dal brano: "Un dottore della legge, volendo mettere Gesù alla prova, gli disse: Maestro, che dovrò fare per ereditare la vita eterna?". Ma Gesù non risponde mai con una verità che si chiude con un punto esclamativo, che scende sulla testa come una spada di Damocle. Gesù risponde quasi sempre alle nostre domande con una domanda che si chiude con un punto interrogativo, una curva, segno di vita. Gesù quindi, a quel dottore della legge, gli fa trovare la verità in se stesso: la vita eterna è amore, amore di Dio e amore del prossimo. Ma chi è il mio prossimo, chiede il dottore? E Gesù racconta la famosa parabola.

Il mio prossimo come salvatore

Allora, qual è l'insegnamento di questa famosa storia? Tanti comprendono il brano dicendo che il mio prossimo è colui che giace sul bordo della strada. Devo aiutarlo, e dunque iscrivermi al Samariterverein, oppure mandare dei soldi ai French doctors o alla Croce Rossa. Però il testo non dice questo. Guardiamolo bene: Gesù chiese: "Quale di questi tre ti pare essere il prossimo di colui che s'imbatté nei ladroni? ". E quello rispose: "Colui che gli usò misericordia ". Il mio prossimo, quindi, è colui che mi accorda la sua mano per aiutarmi. Il mio prossimo è il mio salvatore. Ah, lo so: questo non è facile da accettare. È sicuramente più gratificante recitare il ruolo del gentiluomo nobile, dell'anima grande che salva l'umanità, che non la parte umiliante del ferito che implora l'aiuto degli altri.

A questo proposito, c'era questa settimana al Teatro Garage di Genova una presentazione del Viaggio del Signor Perrichon dell'autore francese Eugène Labiche. È la storia d'un borghese francese che parte per le vacanze a Chamonix con la figlia Henriette, seguiti da due pretendenti che hanno chiesto al padre la mano della figlia. Un bel giorno partono per una gita in montagna e Perrichon cade in un crepaccio. Uno dei due pretendenti si butta subito nel vuoto per salvare il disgraziato. Naturalmente, il padre gli offre la mano della figlia. Ma l'altro è più furbo. L'indomani partono per una passeggiata e lui, che marcia un bel po' davanti a tutti, si butta in un repaccio. Quando passa Perrichon grida aiuto e quello lo tira fuori. "Mi ha salvato la vita!", gridò il pretendente a tutta la città di Chamonix dove Perrichon diventa così un eroe. E, pieno d'orgoglio, il borghese promette di dare la mano di Henriette al furbo pretendente. ALabiche di trarre la morale della favola: è più facile rivestire il ruolo del salvatore che subire l'umiliazione di chiedere l'aiuto degli altri.

Torniamo ora all'annuncio dell'Evangelo. Cosa dice Gesù? Il mio prossimo non è colui che giace sul bordo della strada. Il mio salvatore è colui che mi ha tirato su dal crepaccio con mano ferma, colui che si è preso cura di me e ha fasciato le mie piaghe, versandovi sopra dell'olio e del vino. È lui il mio prossimo. Questa parabola non è quindi la parabola della carità cristiana, ma piuttosto quella della fiducia, della grazia. La vita eterna mi è offerta quando sono preparato ad accoglierla a mani aperte. Non è un insegnamento per incoraggiare le opere, ma un invito ad aprirci alla grazia. Prima di andare nel mondo per aiutare gli afflitti, bisogna aprire le nostri mani davanti al Salvatore, come dei mendicanti che hanno bisogno dell'aiuto degli altri. Il dottore, l'infermiere, lo psicologo, il pastore, il visitatore, non sono loro che guariscono, ma è Dio stesso che, attraverso il nostro servizio, assume il ruolo del Buon Samaritano. Come Gesù ci insegna a fare dicendo: Così anche voi, quand'avrete fatto tutto ciò che vi ho comandato, dite: noi siamo servi inutili, abbiamo fatto quel ch'eravamo in obbligo di fare…

Thierry Benotmane


Se viviamo, viviamo per il Signore; e se moriamo, moriamo per il Signore. Sia dunque che viviamo o che moriamo, siamo del Signore. (Romani 14:8)

Paolo qui non parla di vita e di morte: vita e morte sono fatti meramente biologici, processi o stati. Paolo qui si riferisce concretamente all'esistenza umana e l'esistenza umana non è un semplice processo vitale, che si esaurisce con la morte. L'esistenza umana è qualcosa di estremamente più complesso, di cui l'elemento biologico è parte del tutto marginale. L'esistenza umana, non è fatta solo di vita e di morte, ma di un vivere e di un morire. Vivere è un soffrire e un agire, è un odiare e un amare, un distruggere e un costruire, è comunque sempre un fare, un agire. L'esistenza umana non è cristallizzabile all'interno di un sostantivo che la fotografa, la ferma in un suo istante, l'esistenza umana è un fluire, uno scorrere, un procedere. Ogni fluire, ogni scorrere, ogni procedere ha una direzione, un senso, un termine, uno scopo, un fine. Questo scopo e questo fine, non sono solamente e non sono soprattutto qualcosa posto alla fine, quando ormai tutto è concluso. Questo fine è qualcosa o qualcuno, che dà valore ai singoli momenti dell'esistenza umana, che li riempie di contenuto, che dà loro appunto un senso. Qualsiasi esistenza umana ha il senso che consapevolmente o inconsapevolmente si dà . Vi sono esistenze vissute nella continua e disperata ricerca di senso, esistenze che si rincorrono e si perdono, altre che non si pongono il problema della direzione in cui andare e si lasciano andare al capriccio o dove le porta la sorte; ci sono esistenze che trovano un senso nell'impegno sociale e civile, altre che trovano il loro compimento nel semplice adempimento del dovere. Il senso di molte esistenze è spesso all'interno dell'esistenza stessa e in questo è il loro limite. L'esistenza del cristiano è diversa: il cristiano esiste per il Signore. Il suo fine, il suo scopo è il Signore, cui è legato non solo perché lo troverà alla fine del suo itinerario, ma perché lo accompagna nel suo itinerario. Lo accompagna nell'esistenza, perché Egli stesso l'ha condivisa e percorsa, al fine di dare ad essa la direzione del ritorno al Padre. Se il nostro senso è il Signore, è perché a lui apparteniamo: infatti è lui che con la sua croce e la sua resurrezione ha pagato il prezzo della nostra riconciliazione con Dio.

Giancarlo Giovine
Giustificati dunque per fede, abbiamo pace con Dio per mezzo di Gesù Cristo, nostro Signore (Romani 5:1)

L'azione giustificatrice di Dio nei nostri confronti è azione pacificatrice. Dio per mezzo di Gesù Cristo ha voluto riappacificarsi con noi. Se crediamo davvero che la grazia di Dio ha portato effettivamente la pace fra Dio e noi, come mai continuiamo a non sentirci in pace con lui? Come mai il conflitto continua a essere il carattere peculiare del nostro rapportarsi agli altri (le altre persone, gli altri gruppi, gli altri stati, le altre classi) , ma anche a noi stessi e a Dio? La pace di Dio, la sua giustizia, che procede da essa, sembrano davvero essere fuori della nostra portata, individuale e collettiva. Le parole di Paolo affermano il contrario: nella fede siamo fatti giusti, Dio si è riconciliato con noi per mezzo di Gesù Cristo!

Le lacerazioni dei conflitti fanno parte delle nostre esistenze, sono il patrimonio della nostra stessa umanità. La nostra fede non ci tira fuori dai conflitti, non ci dice neanche di trascurarli o di vivere come se essi non ci fossero, non ci chiede di non prendere parte ad essi. La nostra fede ci interpella nella nostra umanità e non chiede ad essa cose impossibili. La nostra fede ci dice, però, che anche se noi manteniamo fra noi la nostra conflittualità e continuiamo a essere conflittuali con noi stessi e con Dio, Dio ha deciso di fare la pace con noi, di ristabilire la sua giustizia.

Giacobbe in lotta con Dio, diviene Israele. Fosse per lui la lotta con Dio durerebbe ancora e nella realtà della nostra storia dura ancora; ma Dio, da parte sua, ha posto termine allo scontro, lasciando nella nostra umanità il segno della nostra debolezza, trasformandoci nella fede in uomini e donne consapevoli della sua potenza e della nostra debolezza, del suo amore e del nostro peccato. Comunque vadano i nostri conflitti e le nostre guerre, Dio in Gesù Cristo ha posto fino alla sua lotta con noi. Il Crocifisso è il segno e il pegno della sua Pace per noi.

Giancarlo Giovine 17 febbraio 1848–2007


fatemelo sapere (Matteo 2: 8) l’informazione che non giunse al re

L’intenzione, racchiusa in queste due sole parole, potrebbe lasciare spazio ad una reale necessità di conoscenza.

Costoro che erano stati incaricati di essere più precisi sulle indicazioni decidono, saggiamente, di prendere un’altra via per il loro ritorno (Mt. 2,12). Può un avvenimento, in realtà così marginale come la nascita di un bambino, essere contemporaneamente tanto destabilizzante come sospetta Erode e tutta Gerusalemme con lui? Lo era!

Coloro che da lontano sono venuti alla ricerca di questo evento (Sal.98,3) in realtà mettono tutti in subbuglio perché citando le parole profetiche, che come una bussola, sono assai precise, a Betlemme nascerà un principe (Mat.2,6) di pace (Isaia9:5), rendono inquieti un po’ tutti. Il luogo è poco significativo, ma l’attesa di un principe, “capace di pascere il mio popolo Israele”, racchiude ciò che si attende da tempo. Le profezie lo avevano previsto e alcuni lo credono ancora.

Il regno di questo deposta, gode la fiducia e i favori degli occupanti romani, è fondato su un efficiente sistema di controllo sui suoi cittadini. Uno stato di polizia moderno ed efficiente. Erode è anche una personalità poliedrica in grado di coniugare l’arte militare e quella della cultura. Sotto di lui Gerusalemme e il suo Tempio sono trasformate. Per tenersi buoni i romani riserva un tempio all’Imperatore Augusto. Cesarea avrà un porto moderno e un teatro pari a quelli romani. Fu generoso, aggiungono le cronache, anche verso molte città straniere.

Di origine idumea (ovvero discendente di Esaù), re dei giudei per concessione romana, protettore del giudaismo della diaspora e di quello che vive nel suo stato, Erode non è giudeo. Non troverà, nella religione dei vertici e tanto meno nei circoli più pietisti, alcuna simpatia perché collabora con l’occupante e distrugge coloro che cospirano contro di lui.

Si comprende allora l’importanza della sua richiesta rivolta ai magi: “andate e chiedete informazioni precise sul bambino e, quando lo avrete trovato, fatemelo sapere, affinché anch’io vada ad adoralo”.

Da sovrano sospettoso Erode presagiva che qualcuno avrebbe potuto usurpare il suo trono. In realtà si tratta di un sovrano di un regno che appartiene ad un altro ordine; celebrato dagli angeli, che cantano le lodi a Dio - non dimentichiamo che queste lodi avvengono in cielo (Lc. 2,13) - mentre la terra è strettamente controllata delle armi.

Ma le parole antiche delle profezie che promettevano che i potenti sarebbero stati rovesciati e gli umili elevati si sono avverate (Luca 1,52).

La luce risplende tra le tenebre della storia. Nella realtà non cambierà molto, tanto che subito dopo una strage di bambini dimostrerà che Erode ha pienamente il controllo della situazione.

Contemporaneamente le cose non saranno mai più come prima. Chi attendeva un re capace di detronizzare gli altri resterà deluso perché il suo regno non è di questo mondo. La sua sarà una politica di compassione e di perdono. Le malattie che paralizzano gli esseri umani, nel corpo e nell’anima, indietreggeranno davanti alla sua potente parola. Parola che chiama ad una vita rinnovata, fondata sulla comunione e sull’amore obbediente al Padre; capace di ravvedimento e quindi di cambiamento nei confronti di se stessi e nei confronti degli altri.

Il re di gloria, come afferma un Salmo, manifesterà la sua potenza nella più totale debolezza che lo conduce ad indossare una corona di spine e una croce come trono. Le sue armate saranno costituite da quelli che in ogni tempo (in virtù della Parola del loro maestro: i poveri, gli afflitti, i mansueti, gli affamati, i misericordiosi, i puri di cuore, i facitori di pace, i perseguitati e gli oltraggiati) costituiranno la sua corte (Matteo 5, 3-11).

Un esercito, che conosce dunque le necessità più profonde dell’anima e del corpo, viene ora mobilitato a combattere una battaglia che non si è ancora conclusa.

La battaglia del difficile cambiamento del nostro cuore e del nostro essere. Essa è combattuta “con le armi della giustizia a destra e a sinistra, nella gloria e nell’umiliazione, nella buona e nella cattiva fama; considerati come impostori, eppure veritieri, come sconosciuti, eppure ben conosciuti; come moribondi, eppure eccoci viventi; come puniti, eppure non messi a morte, come afflitti, eppure sempre allegri; come poveri, eppure arricchendo molti; come non avendo nulla, eppure possedendo ogni cosa! (2 Corinzi 6,7-10). Il buon combattimento della fede, (1Timoteo 6:12).

Questi giorni che ci preparano ancora una volta al Natale, siano per noi l’occasione di una commossa, quanto riconoscente, meditazione in un raccoglimento che si apre, con fiducia, alla misericordia di Dio. Egli viene!


ITALO PONS







Coloro che ti amano siano come il sole quando si alza in tutta la sua forza! (Giudici 5,31) (versetto del mese)

Predicazione tenuta il 12 febbraio dal pastore Alberto Taccia in occasione del culto per il 150° anniversario dell'Ospedale Evangelico Internazionale. Testo Giovanni 5,1-16

QUALE puo' essere il senso di un atto di riconoscenza per la fondazione di un Ospedale Evangelico avvenuta 150° anni fa ad opera delle diverse chiese evangeliche presenti nella citta' di Genova? La motivazione originaria e' stata certamente determinata dalla pressione confessionale cattolica che rendeva difficile, se non impossibile l'assistenza sanitaria per gli evangelici negli ospedali della provincia, severamente controllati dalla chiesa.Tale situazione avrebbe spinto le comunita' protestanti ad unirsi al fine di dotare la popolazione evangelica di una struttura adeguata all'assistenza sanitaria. Il ringraziamento va dunque ai fondatori che hanno avuto l'ispirazione e il coraggio di mettere in opera tale progetto. Ma nell'ambito di un culto evangelico un particolare atto di riconoscenza va prima di tutto al Signore per aver posto nelle nostre mani uno strumento di servizio, ancora pienamente operante, non soltanto a beneficio dei protestanti ma oggi piu' che mai, di tutta la citta'. Tale strumento di servizio puo' tuttavia acquisire un senso evangelico soltanto se diventa anche espressione visibile di una testimonianza autentica. Seguendo il testo del cap. V del Vangelo di Giovanni che racconta la guarigione di un uomo paralizzato cercheremo di trarre alcuni elementi che possano costituire un paramento o un orientamento proprio nella nostra azione di testimonianza in situazioni di malattia, sofferenza o solitudine. Questo orientamento lo ricaveremo soffermandoci su tre parole che Gesu' pronuncia in tale circostanza. E' detto che in quel giorno a Gerusalemme si celebrava una grande festa, probabilmente la festa di Pasqua, in ricordo della grande liberazione del popolo di Dio dalla schiavitu' egiziana a cui segui' una lunga marcia nel deserto fatta di lotta e sofferenza per raggiungere, nella terra promessa, la pienezza della liberta'. La festa ha luogo nel tempio con grande rilievo liturgico e con una rilevante partecipazione di popolo. Gesu' pero' non partecipa a tale manifestazione; si reca invece in un luogo che non conosce gioia ne' festa, ma soltanto malattia, sofferenza, disperazione. Vi si trovano cinque grandi portici sotto i quali giace un gran numero di infermi ciechi, zoppi, paralitici. Una grande massa di disgraziati sorretti soprattutto dalle illusioni determinate dalla superstizione, nella ricerca disperata della guarigione e della salute. Sembra che in quel luogo si trovasse anche una vasca d'acqua a cui era attribuito potere terapeutico. Si parlava perfino di un angelo, che agitando l'acqua le conferiva capacita' di guarire qualunque malattia a chi riuscisse ad immergersi. Situazione ancora presente nel nostro tempo dove spesso la gente ricerca la speranza della guarigione in luoghi particolari, presso immagini, statue, amuleti, portafortuna o ancora acque considerate miracolose. Gesu' non manifesta alcun interesse a questi aspetti della religiosita' popolare, ma il suo sguardo si rivolge agli esseri umani che lo circondano e, in particolare, si posa su colui che forse e' il piu' disgraziato di tutti. E' un paralitico che sembra essere li' da 38 anni. Sappiamo che nella Bibbia i numeri hanno sovente un significato simbolico. Possono indicare un lasso piu' o meno lungo di tempo oppure assumere un riferimento particolare legato alla storia di Israele. Se Pasqua e' la festa della liberazione, la lunga marcia nel deserto sembra essere durata 38 anni, prima di raggiungere la agognata liberta' ( Deut.2/14). A Betesda nessuno conosce Gesu' ne' si accorge della sua presenza. Gesu' si avvicina al paralitico e avvia con lui un dialogo piuttosto strano. Gli rivolge una prima parola " Vuoi tu essere guarito ?" . Questa domanda appare quanto meno curiosa. Sembrerebbe ovvio che l'ammalato rispondesse positivamente, cosa che non fa; ma siamo sicuri che questa domanda e' veramente superflua? Ovvero attraverso di essa Gesu' vuole affermare che l'uomo che gli sta davanti non e' un oggetto passivo di assistenza, ma un essere umano con una sua capacita' di comprendere ed interloquire. Gesu' non gli impone alcunche', neppure la guarigione. E' lui che deve sapere cosa vuole, prendere coscienza della propria situazione e diventare artefice della propria guarigione attraverso l'affermazione della propria volonta'. Sappiano che molti ammalati non desiderano veramente guarire. La guarigione puo' voler dire l'assunzione di nuove responsabilita', il riproporsi di vecchi e nuovi problemi, il confronto problematico con altre persone. Lo stato di malattia puo' diventare allora una forma di protezione e di difesa, per attirare simpatia, compassione, sostegno in una specie di regressione infantile. La risposta del paralitico e' disarmante. Forse non sa veramente se vuole guarire, il suo pensiero e' concentrato sulla propria condizione di solitudine: "Non ho alcuno che mi aiuti a toccare l'acqua miracolosa e quando mi trascino verso la vasca un altro mi ha gia' preceduto". Il paralitico sembra condannato a rimanere per tutta la vita l'ultimo della fila, il cui turno non arriva mai. Forse Gesu' riconosce nella solitudine di quell'uomo la propria solitudine. Sulla croce Gesu' grida l'angoscia di essere stato abbandonato anche da Dio e ricorda il Salmo 22 " Dio mio perche' mi hai abbandonato ?." Non ti allontanare da me, perche' l'angoscia e' vicina e non vi e' alcuno che mi aiuti. Sono le stesse parole che il paralitico rivolge a Gesu'; Gesu' sulla croce vive la solitudine di coloro che sono ignorati e abbandonati, sono gli ultimi della fila che non riceveranno alcun aiuto. Quante volte negli ospedali, nelle case di riposo, nelle abitazioni troviamo persone che rivelano l'angoscia della loro solitudine o della loro condizione di abbandono? La solitudine moltiplica enormemente dolorose situazioni di malattia, di infermita', di indigenza. Quell'uomo in mezzo ad una grande folla e' solo, tutti lo guardano, ma nessuno lo vede. Come accade il piu' delle volte nel "popoloso deserto" delle nostre citta'. Ma alla fonte di Betesda oltre alla superstizione regna anche l'egoismo. Spesso non c'e' solidarieta' tra i sofferenti, ognuno pensa per se' lotta per se', cerca per se' la via piu' breve, la raccomandazione, il primo posto, il privilegio. Se ha soldi ancora meglio, arriva prima. La salute prima di tutto e la situazione dell'ultimo della fila, al confronto, diventa sempre piu' triste e disperata. Il paralitico tuttavia non si accorge di non essere piu' solo perche' Gesu' e' con lui. In mezzo a una massa di disperati determinati dalla superstizione e dall'egoismo, Gesu' ha guardato e lo ha visto, gli ha rivolto la parola e gli ha dato una speranza certa. Non per fargli toccare l'acqua miracolosa che Gesu' ignora totalmente, ma per rivolgergli una seconda parola: "Alzati, prendi la tua stuoia e cammina" Una parola che assume il carattere perentorio di un ordine e di una sfida. Per noi e' sconvolgente notare che Gesu' non pronuncia alcuna parola " religiosa", non gli dice "abbi fede in Dio, prega, diventa un buon cristiano, ecc.". Il paralitico non sa chi e' colui che gli parla. Gesu' non gli dice: " Abbi fiducia in me", ma sembra invece dire: "sono io che ho fiducia in te, alzati e cammina ! Quella stuoia che ha portato te per moltissimi anni ha rappresentato la tua impotenza, la tua sconfitta, il tuo limite, ora sei tu che la porti come segno di una forza che pensavi di non possedere, ma che io posso darti". Ancora una volta Gesu' gli da' di essere protagonista della propria vita, prendendo direttamente in mano la propria esistenza e rifiutando ogni atto di inutile superstizione religiosa. La sua guarigione non viene dal di fuori, ma e' gia' dentro di lui. Gesu' sembra dire :"il Signore ha fiducia in te e questa certezza ti spinge ad avere fiducia in Lui e in te stesso. Egli non ti guarisce, ma ti aiuta in un processo di guarigione che in larga misura dipende da te". Quanti di noi, al di la' di tante parole pie, hanno bisogno di ricevere una parola autorevole e forte che ci dice : " alzati e cammina! Se vuoi lo puoi perche' il Signore te ne da' la forza". E allora dove sta il miracolo ? Il miracolo che Gesu' compie verso il paralitico non e' tanto la guarigione fisica, ma e' la restituzione di una umanita' che il paralitico aveva perduto, che gli era stata negata, riducendolo ad essere l'ultimo della fila che passa la vita a piangersi addosso. Cristo gli ha ricordato la sua dignita' di essere umano che Dio vede in lui quando lo ha cercato, lo ha trovato e gli ha parlato facendone un interlocutore a cui vuole dare fiducia, amore e capacita' di recuperare quello che Dio gli da' di essere, cioe' una persona nella pienezza della propria umanita', della propria dignita' e della sua liberta' che sa lottare, sperare, credere dare e ricevere amore. Gesu' gli rivolge ancora una terza parola quando, piu' tardi lo incontra nel tempio " Ecco tu sei guarito, non peccare piu' che non ti accada di peggio " Con questa parola Gesu' sembra ricordargli che la guarigione fisica e' importante, ma non e' sufficiente. "Non peccare piu'" vuol dire che la guarigione interiore, il cambiamento del suo stile di vita, il rinnovamento non solo del corpo, ma della mente e dell'anima sono elementi fondamentali per il totale recupero della dignita' e della liberta' umana. Dio ci ama, ci salva, ha fiducia in noi e ci da' la possibilita' di guarire non per offrirci un privilegio speciale ( che non meritiamo ), ma per indicarci quello che Egli stesso, attraverso il suo dono, vuole da noi. Il Signore ci ha data la vita non soltanto per la ricerca del nostro benessere personale e famigliare, ma perche' diventi l'attestazione dell'opera che Dio ha compiuto in Cristo per noi e in noi. Questa testimonianza diventa allora la nostra vocazione. La possiamo scoprire semplicemente guardandoci attorno e mettendo alla prova la nostra capacita' di vedere, discernere, comprendere la sofferenza umana, la solitudine, l'angoscia. Si tratta per noi di identificare il luogo, il tempo e il modo per aiutare il prossimo non con un atto di distaccata e anonima carita', ma per compiere un'opera di restituzione di dignita' a chi l'ha perduta o a cui e' stata negata, dando, con l'aiuto di Dio, fiducia, coraggio, forza a chi pensa di non averne piu'. Il testo si conclude con uno sfortunato incontro del paralitico, ora guarito, con persone pie, molto religiose, che anziche' rallegrarsi per il recupero della sua guarigione, lo sgridano severamente perche' osa portare la stuoia in giorno di sabato, trasgredendo gravemente l'ordine del Signore. Sapendo chi gli aveva detto di portare la stuoia essi " perseguitarono Gesu' e cercavano di ucciderlo, perche' faceva queste cose di sabato". Il moralismo e il legalismo religioso tolgono ogni credibilita' alla testimonianza della chiesa, ma questo puo' essere l'inizio di un diverso sermone. Amen.
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