Voci ecumeniche: oltre Tevere e non solo
I pastori Mercurio e Pons, in occasione della nomina di
Mons. Angelo Bagnasco a Presidente della CEI, hanno
indirizzato un telegramma di congratulazioni. Non dimentichiamo
che la nostra Chiesa ogni anno ospita al Sinodo
un rappresentante dell'episcopato cattolico italiano. Il
presule ha risposto con la seguente nota: "Grato per benevole
espressioni di stima e vicinanza, manifestate in occasione
mia designazione da parte del Santo Padre a
Presidente della Conferenza Episcolale Italiana, assicuro
il mio ricordo nella preghiera. Angelo Bagnasco,
Arcivescovo Metropolita di Genova".
La Settimana di preghiera per l’unità dei cristiani ha visto quest’anno una buona partecipazione nei vari momenti che si sono succeduti. Aperta con una tavola rotonda alla quale hanno partecipato, per la prima volta, il nuovo arcivescovo di Genova mons. Angelo Bagnasco, il vescovo ortodosso Larentiu Strezea, giunto appositamente da Sibiu (Romania), ed il pastore Pons. Nella chiesa di San Pietro di Quinto, luogo ormai collaudato ad iniziative di questo tipo, con la predicazione del padre Philip Sorin della chiesa Ortodossa Rumena; è poi proseguita in via Assarotti. La liturgia era stata arricchita con molti simboli di luce e partecipazione del popolo, dei ministri, di tutti coloro che sono impegnati nel dialogo ecumenico e a favore degli emarginati. Mons. Paletti, vescovo ausiliare di Genova, ha commentato il testo indicato dalla liturgia per quel giorno. I dipendenti dell’Oei, al termine dell’incontro, hanno rivolto un appello ai presenti e alla città, per la salvaguardia dell’ospedale. La settimana si è conclusa a Sestri nella chiesa ortodossa rumena con la predicazione del pastore Mercurio. La comunità ha offerto a tutti i presenti un ricco e apprezzato buffet.
Intervento alla tavola rotonda per l’apertura della Settimana di preghiera 2007
del pastore Italo Pons
L’esortazione ad aprirci all’ascolto
Cari fratelli e sorelle in Cristo,
rispetto a chi mi ha preceduto e chi mi seguirà nel prendere la parola non ho sulle spalle le stesse grandi responsabilità di governo e di ordine spirituale. Sono un semplice pastore riformato, che secondo questa tradizione è verbi divini minister. Per questa ragione commenterò il testo che apre la Settima di Preghiera per l’Unità dei cristiani.
Il tema della nostra serata pone al centro due parole in qualche modo collegate al testo che accompagna la settimana di Preghiera di quest’anno: “ascolto e testimonianza del Vangelo”. Sono due parole intimamente collegate: l’ascolto genera la testimonianza e la testimonianza proviene dall’ascolto. Senza ascolto non vi è testimonianza e la testimonianza che si priva dell’ascolto, diventa sterile, non capace di trovare la linfa vitale, che appunto nasce dal mettersi (dal restare) all’ascolto.
Siamo dunque, in quanto chiese, chiamati a compiere un esercizio sempre molto difficile ma anche di grande ricchezza. Da un lato una parola trascendente: l’Evangelo, che ci mette in discussione, ci spiazza, ci provoca, insomma mina le nostre certezze; e dall’altro l’invito ad una relazione, se così posso chiamarla, orizzontale sul piano delle conseguenze di questo ascolto: essere testimoni, di ciò che abbiamo udito che, a sua volta, chiede di prendere forma in atti, in parole, in pensieri.
Tutto questo sembra però essere messo, in crisi dal testo di Mc. 7,31-37, dove questi due organi, che permettono di sentire e di parlare, di fatto non sono in grado di funzionare. Se è vero che l’ascolto precede il parlare, ne consegue, in questo frangente, un’incapacità di sentire e quindi difficilmente potrà imparare a parlare: egli resta sordo e muto. Questa situazione di paralisi, personalizzata nel racconto evangelico da un uomo, è in realtà molte volte, la nostra condizione di chiese cristiane: incapaci di ascoltarsi e impossibilitate a capirsi. Il nostro retaggio storico è il prodotto di una lunga insofferenza fatta di infinite, quanto continue, incomprensioni. La chiesa è paragonabile a quell’uomo che viene portato da Gesù. Il termine, portare, mi sembra alquanto significativo, non ci va da solo; Gesù non passa o lo vede (come in altri racconti) non gli si chiede che si accosti a lui. Glielo portano.
Non è neppure detto chi siano costoro che portano il sordomuto da Gesù; il racconto non sembra attribuire loro alcuna importanza, semplicemente qualcuno lo conduce a Gesù. Forse, nella dimensione del farsi carico, del portare, sussiste una parte libera dell’azione di Dio che, attraverso lo Spirito, agisce e suscita fuori dai programmi e dagli organigrammi delle chiese. Non dimentichiamolo troppo facilmente. Possiamo però anche vedere in questi la chiesa che da sola non è in grado di operare miracoli, di dare e restituire la parola, se non ritorna, sempre e ancora, alla Parola del Cristo: “tu solo hai parole di vita eterna”. L’incontro con Gesù non avviene davanti alla folla, davanti a tanti, qui non si insegue la notizia: si opera nella discrezione, in una sorta di intimità e di profonda comunione tra Gesù e il sordomuto.
Voglio pensare che questo messaggio riguardi in particolare il nostro tempo, nel quale siamo esposti alla tentazione della spettacolarizzazione e dell’immagine. Una lettura seria e autentica dell’Evangelo assume questo limite, o se volete questo pericolo, che ci attende e ci dà continui appuntamenti verso i quali, troppe volte, anche noi restiamo sedotti. Quanto Gesù compie, per guarire il sordomuto, rimanda a dei gesti che vorrei provare a comprendere come un rinvio alle nostre diverse forme cultuali. Alla difficoltà del mancato ascolto, di cui dicevo prima, si somma anche questo ulteriore elemento della nostra incapacità a cogliere nella prassi delle altre chiese un motivo di ricchezza di cui sono portatrici.
I nostri luoghi di culto, le nostre forme liturgiche, ci rimandano ad una comprensione che certamente è diversa nella fede e nell’essere chiesa. Ma se questa diversità non è assunta come ricchezza, delle forme e dei pensieri, nella quale è possibile vivere e comprendere la fede dell’altro allora diventiamo certamente più poveri e, ancora di più, molto limitati nel ritenere che la mia, a discapito della tua, sia esaustiva, sufficiente e possa bastare. La fede non è solo prodotto della storia, delle tradizioni, ma è la possibilità di intendere modi diversi di rispondere ad una medesima chiamata, che si rivela nella libertà dello Spirito dei figli e delle figlie di Dio.
La contromisura, se così posso chiamarla, è invece la chiusura che si traduce nell’autogiustificazione, nell’autosufficenza, nel bastare a se stessa. Per questa ragione la parola di Gesù ‘affatà’ è per noi un richiamo forte ad un esame di coscienza. Solo Gesù, in realtà, lo può compiere per noi, che a nostra volta, siamo invitati ad aprire le nostre orecchie e la nostra bocca. Prendo in prestito un’immagine di Peter L. Berger (Questioni di fede, Il Mulino, Bologna 2004) quando afferma che: “tutto l’evangelo è rinchiuso in tre parole arcaiche (pronunciate in aramaico la lingua con la quale ha parlato Gesù). La prima è rappresentata dalle parole rivolte da Gesù alla ragazza di dodici anni che aveva risuscitato dalla morte: talithà cumì!, fanciulla io ti dico alzati (Mc.5:41); la seconda sono le parole di Gesù sulla croce: elì, elì lemà sabactanì? Dio mio dio mio perché mi hai abbandonato (Mt. 27:46) e la terza, probabilmente in un discorso liturgico, si ritrova in alcune versioni alla fine dell’ultimo libro del Nuovo Testamento Maranatha Vieni Signore Gesù o forse il Signore sta arrivando (Ap. 22:20).
Si può dire che l’intero Vangelo è contenuto in queste tre frasi arcaiche, che risalgono proprio all’inizio della storia cristiana: con Cristo è stato messo in circolazione nel mondo un processo di redenzione straordinariamente potente. Nella sofferenza di Cristo e nella sua morte sulla croce, all’estremo punto di umiliazione, Dio condivide tutti i dolori della creazione e inaugura la sua redenzione. E Cristo ritornerà come vincitore e riporterà la creazione alla gloria a cui l’aveva destinata”. Ancora in una frase arcaica (effathà) è racchiuso l’ordine al sordomuto: apriti. Che cosa sia la risposta a questo comando, per il nostro tempo, che è sempre molto relativo rispetto ai suoi mutamenti, in realtà diventa molto difficile saperlo dire. Di quale apertura si tratta? Apriti alla novità e nello stesso tempo mantieni stretta la tua appartenenza.
Forse, ma non solo. Apriti all’incontro e contemporaneamente tieni fede alla tua tradizione. Forse, ma non solo. Apriti al coraggio che spesso ci manca di vivere la fede come gioia profonda della vita e dell’incontro. Apriti e resta fedele a te stesso, in quanto testimone di una promessa che ti è stata annunciata e dalla quale sai che viene la verità eterna nella quale credi, testimoni e vivi. O ancora, si potrebbe aggiungere: apriti perché altrimenti sei muto e non odi che te stesso. In virtù del nostro battesimo, come dice un commento al testo di oggi, abbiamo ricevuto l’effathà del Vangelo. Dio, in Cristo, si è aperto a noi chiamandoci suoi figli così che noi possiamo rivolgerci a lui come padre e sentirci e parlarci come fratelli non di carne ma di elezione.
Questo non è secondario. Quanto è accaduto 2000 anni fa ha prodotto qualche cosa di straordinario che l’apostolo Paolo così ha mirabilmente sintetizzato: “Non c’è qui né giudeo né greco; non c’è né schiavo né libero; non c’è né maschio né femmina; perché voi tutti siete in Cristo“ (Gal. 3:28). Se noi non solo crediamo ma viviamo di questo possiamo veramente fare nostra la conclusione del testo di Marco 7:31-37. Al divieto di Gesù di non dire ciò che è accaduto, fanno eco la meraviglia e lo stupore della gente che è stata testimone di questo cambiamento: che fa udire coloro che non odono e dà la parola ai muti. Non ci resta che portare con noi, e condividere questa parola che promette cambiamento, redenzione, liberazione. Che questa settimana che abbiamo di fronte ne possa essere veramente un segno.
Settimana di preghiera per l' unità dei Cristiani
Anche quest’anno attendiamo la settimana che
va dal 18 al 25 gennaio per raccoglierci in preghiera
ed invocare l’unità dei cristiani di tutte le
confessioni e denominazioni. Fin dalle origini del
movimenti ecumenico, agli inizi del secolo scorso,
la plurisecolare divisione dei cristiani è stata
definita uno “scandalo” delle chiese stesse nei
confronti del mondo non cristiano. Ma come eliminare
questo scandalo? Sono molte le divisioni
che rimangono: molte toccano importanti punti
di dottrina, altre riguardano aspetti organizzativi
della vita delle chiese, molti dei quali tutt’altro che
secondari (l’attuale dibattito sul celibato dei preti
cattolici ne è un indizio significativo).
Ma le difficoltà oggettive ed il sano realismo che
ne consegue circa il raggiungimento di risultati
nel prossimo futuro, non impedisce, anzi stimola,
la preghiera comune. Quando si prega insieme
l’unico Signore che ha promesso la sua presenza
a coloro che lo invocano, non si è già realizzata
una forma importante di unità?
Non abbiamo ancora il calendario
genovese che articola le varie iniziative
della settimana, tuttavia è già
disponibile un’indicazione precisa sui
testi biblici che animeranno la settima
e che qui riportiamo in attesa, comedicevamo, di un calendario locale più dettagliato.
Il versetto dell’intera settimana è preso dal vangelo
di Marco (7:37) e dice: “fa sentire i sordi e fa
parlare i muti”. Durante gli altri giorni la sequenza
delle lettura bibliche sarà articolata partendo
dai seguenti testi-chiave:
Primo giorno: Genesi 1:1-2,4, In principio c’era
Colui che è la Parola.
Secondo giorno: Marco 7:31-37, la parola salvifica
di Cristo.
Terzo giorno: Giovanni 15:26, lo Spirito Santo ci
dona la Parola.
Quarto giorno: 1 Cor. 12:26, il silenzio dei dimenticati…
Quinto giorno: Matteo 24:45, il giudizio di Dio sul
nostro silenzio.
Sesto giorno: Marco 5:33, messi in grado di dire
la verità.
Settimo giorno: Salmo 22:1, perché mi hai
abbandonato?
Maggiori informazioni sono accessibili sul sito
della associazione Pro Unione (www.prounione.
urbe.it) o presso la SOCIETÀ BIBLICA
(www.societabiblica.it/) da dove si può scaricare
l’opuscolo.
MARIO CASELLI
18 gennaio - Tavola rotonda sul tema: Ascolto e testimonianza del
Vangelo. Partecipa oltre all'Arcivescovo di Genova, un
protestante ed un ortodosso. Sala Santa Marta ore 18.
19 gennaio - San Pietro di Quinto - ore 21 Incontro di preghiera
Predica Padre Sorin.
23 gennaio - chiesa valdese di via Assarotti - ore 18,00 predica il
vescovo Paletti.
25 gennaio - alle 17, 30 presso la chiesa ortodossa rumena in Santa
Caterina, piazza Aprosio, Sestri ponente, predica il pastore
Mercurio.
|