la libertà in divenire
LA LIBERTÀ E IL 17 FEBBRAIO
Giacomo Quartino
La ricorrenza del 17 Febbraio cade quest'anno in un momento in cui la libertà religiosa non gode nel nostro Paese di buona salute, come, del resto, le altre elementari libertà a cui ha diritto ogni cittadino. Con l'ambigua reviviscenza del sacro, da tempo ormai la nostra società civile è pervasa da una rinnovata e multiforme presenza clericale. La gerarchia cattolica, seppellita nei fatti l'eredità migliore del Concilio Vaticano II, cerca di riprendere il controllo che aveva sulla vita non solo dei cattolici, ma anche degli altri italiani, che in essa non si riconoscono. È significativo, per esempio, che da due legislature la legge-quadro sulla libertà religiosa non giunga all'approvazione finale. Siamo ancora fermi alla legge fascista del 1930 sui culti ammessi.
Alle comunità cristiane non cattoliche e a quelle ebraiche sono state concesse con le intese delle nicchie in cui condurre una esistenza tollerata e marginale: esse non sono più avvertite come un pericolo dalla gente comune, che è invece in buona parte allarmata dalla massiccia, crescente immigrazione islamica. Come fino alla fine degli anni Cinquanta in molte località la popolazione, istigata dal clero, cercava di impedire l'apertura di nuovi templi protestanti, così oggi gli abitanti di certi quartieri, spalleggiati dai loro parroci, osteggiano la costruzione di moschee sul loro territorio.
Quando la tanto sospirata legge-quadro sarà stata finalmente approvata e lo Stato italiano avrà stipulato le intese con le diverse unioni islamiche, la libertà religiosa in Italia avrà fatto un ulteriore passo avanti, ma molta strada rimarrà ancora da fare.
Davanti a tutto il Paese, noi valdesi abbiamo, con gli ebrei, il merito storico di avere di fatto aperto la via al riconoscimento pubblico della libertà religiosa, anche se le Lettere patenti di Carlo Alberto del 17 febbraio 1848 riguardavano solo i diritti civili. Questa data è ormai troppo lontana nel tempo e troppo circoscritta, perché se ne possa avere memoria al di fuori dei nostri ambienti, ma ad essa le comunità cristiane non cattoliche nate dopo, evangeliche o pentecostali, guardano ancora come ad un comune precedente.
Nostra è stata anche, in applicazione dell'art. 8 della Costituzione, la prima intesa conclusa nel 1984 con la Repubblica italiana, che ha fatto da modello a tutte le altre che sono seguite. Erano passati allora ben trentasei anni dall'entrata in vigore delle Costituzione: i governi democristiani non avevano voluto concederci l'intesa a cui avevamo diritto, prima che fosse firmata la revisione del Concordato con la chiesa cattolica. Formalmente lo Stato italiano diventava allora aconfessionale: il cattolicesimo non era più religione ufficiale dello Stato. Come invece siano andate e stiano andando le cose, lo sappiamo bene.
Molti dei nostri concittadini, timorati di Mammona più che di Dio, sono pronti a barattare la propria e l'altrui libertà in cambio di presunte sicurezze e tutele offerte loro dagli uomini forti di turno, presenti sul mercato. Se questi uomini prevalessero sulla nostra fragile democrazia, le libertà che negli anni sono state lentamente, avaramente elargite alle minoranze religiose non cattoliche non sarebbero affatto al sicuro: esse non sono un acquisto per sempre.
Roma (NEV), 31 gennaio 2007
Si intitola “Libertà religiosa e minoranze”, il volume dedicato alla “Settimana della libertà” uscito in questi giorni nella collana della Federazione delle chiese evangeliche in Italia (FCEI), edito dalla Claudiana (pp. 186, euro 9,00). Ogni anno la Federazione delle chiese evangeliche in Italia (FCEI), in collaborazione con l’Unione italiana delle chiese cristiane avventiste del 7° giorno (UICCA), pubblica un volume in occasione della Settimana della libertà che cade a cavallo della ricorrenza del 17 febbraio, data in cui nel 1848 re Carlo Alberto di Savoia concesse i diritti civili alla minoranza valdese. La raccolta di saggi non a caso vede riuniti gli interventi di tutti i raggruppamenti evangelici italiani, nelle persone dei propri presidenti, oppure, come in qualche caso, dei responsabili per la libertà religiosa della propria denominazione. Se ne compiace Gianni Long: “È la prima volta nella storia recente che ciò accade in un libro”. La pubblicazione è rivolta non solo agli ambiti delle chiese, bensì ad un pubblico più vasto che si interroga sui rispettivi ruoli dello Stato e delle chiese in una società che si definisce laica, e in cui indubbiamente è cresciuto il peso della religione in ambito pubblico.
UNA LEGGE PER LA LIBERTA’ (RELIGIOSA) DEGLI ALTRI
Adriano Bertolini
Il nuovo disegno di legge sulla libertà religiosa presentato da Valdo Spini e Marco Boato è già oggetto di scontro nel mondo della comunicazione.
Molte pagine di quotidiani, e in rete, hanno rilanciato l’intervento di Mons. Betori, segretario della CEI, nell’audizione in parlamento, tutto un appello a cautela e prudenza su queste delicate questioni.
Alcune, (meno) fantasiose, hanno rilanciato di contro la presa di posizione del Ministro Paolo Ferrero, per il quale ritenere il paese “non maturo” per una legge sulla libertà religiosa è sintomo di un integralismo un po’ oscurantista.
Più ancora che sui contenuti di un testo ancora in divenire - che sostanzialmente ribadisce diritti inalienabili in campo religioso, modalità per essere riconosciuti enti di culto, e per giungere ad intese con lo Stato – è interessante leggere alcuni significativi dati di contesto.
Efficacemente Valdo Spini ribadiva in più occasioni un’immagine quella del rapporto Stato-religione in Italia come una casa a tre piani, al più basso dei quali si trovano tutte le confessioni religiose che non hanno un’intesa con lo Stato e sono quindi sottoposte, al più, alla legge fascista del ‘ 29/’30 sui culti ammessi.
La Chiesa Valdese al piano intermedio ha raggiunto, con l’intesa, un reciproco e trasparente riconoscimento di diritti e doveri con lo Stato.
Milioni di ortodossi, musulmani e buddisti sono ancora al contrario privi di un simile quadro di regole.
L’attuale vicenda è allora cartina di tornasole di atteggiamenti di fondo: è difficile accettare parità tra chi ha un concordato e chi non lo ha.
Nessuno nega valore al dettato costituzionale dell’art. 8 su libertà di coscienza e di religione, ma darne piena attuazione non è evidentemente automatico.
Siamo infatti alla ripresa di un disegno di legge di 10 anni fa e di proposte riprese a strappi da tutti gli esecutivi e di fronte alle quali i partiti dell’attuale opposizione hanno esercitato fiera resistenza, accampando in genere il pericolo islamico. Di fronte a iter come questi l’appello della CEI alla cautela sembra davvero pleonastico!
Proprio mentre emergono segnali di intolleranza sarebbe importante costruire una proposta complessiva per la libertà ed il riconoscimento dell’altro che affermasse tali valori attraverso provvedimenti concreti.
È il tempo di attivare un insegnamento laico di religioni nella storia/storia delle religioni, nella scuola pubblica, affidato a docenti laureati e abilitati in università pubbliche che superi l’insegnamento confessionale.
Ancora, va sostenuta la proposta di indire per il 17 Febbraio la giornata della libertà di coscienza, di religione e di pensiero (lettere patenti del 1848, concessione dei diritti civili ai valdesi, rogo di Giordano Bruno il 17 Febbraio 1600).
Le nostre chiese locali possono svolgere una funzione importante per la crescita di una coscienza civile: non più spazio per noi, più libertà per tutti, più libertà per gli altri.
Proprio a livello locale si possono allora intraprendere e realizzare azioni significative di sostegno ad un clima di estensione dei diritti, per dimostrare che le questioni di coscienza non sono oggetto di scambio e mercato politico.
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