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Cambiare le situazioni ingiuste

Maria Incamicia (Chiesa valdese di Imperia)
CONVEGNO FFEVM – 13 gennaio 2007, nella chiesa evangelica di Sampierdarena- GE Il 13 gennaio 2007 ha voluto essere una tappa sul percorso tracciato dal Consiglio ecumenico delle chiese (CEC) chiamato “Secondo decennio ecumenico delle chiese contro ogni violenza”. Nel primo decennio (1988-1998) viene presa l’iniziativa di sensibilizzare le chiese a parlare nelle comunità della violenza, perpetrata nei confronti dei ceti deboli quali le donne e i bambini e solidarizzare con essi. Questo secondo “decennio” (2001-2010) è la continuazione del progetto dove si invitano le chiese ad analizzare le situazioni in cui vivono e a decidere quali siano, nel loro contesto, le priorità su cui lavorare tenendo presente che la violenza non è solo fisica, ma anche emotiva, intellettuale, strutturale, concentrando l’attenzione non solo sulla denuncia quanto sull’analisi delle sue cause e sulle iniziative di prevenzione e superamento. E questa del 13 gennaio scorso è stata appunto una “Giornata dedicata alle donne contro le violenze per il riconoscimento dei danni subiti e per sensibilizzare su una migliore convivenza tra uomini e donne”. Le brave relatrici che hanno motivato l’incontro, preparato dalla presidente Antonella Visintin, hanno dato spunti di riflessione notevoli accolti con applausi finali dall’assemblea formata principalmente da donne di diverse provenienze religiose e laiche e da uomini (pochi). Mi soffermerò sulla proposta teologica di Letizia Tomassone: nessuno crede che Dio sia di sesso maschile, anche se questa idea persiste nell’incoscio. Ci trasciniamo questa distorsione che sta alla radice dell’antifemminismo. Queste immagini, pur esplicitamente rifiutate, hanno continuato a fare capolino nelle speculazioni catechistiche e dottrinali, e ciò ha avuto effetti paralizzanti sulla volontà umana di impegnarsi per cambiare situazioni ingiuste. Nell’A.T. il sacrificio di Isacco viene bloccato da Dio, mentre il sacrificio delle femmine viene accettato senza l’intervento di Dio. Questo archetipo lavora nell’incoscio femminile come accettazione della violenza, sopportazione, sottomissione… in quanto è stata “disobbediente” (v. Genesi). L’Evangelo, con la sua rivelazione in Cristo vittima sacrificale, è venuto a riscattare donne e uomini, rivelando loro gli errori dei comportamenti soprattutto nei riguardi delle stesse donne ritenute socialmente insignificanti e per questo ridotte al silenzio. Dunque, ci sarà bisogno di una “nuova creazione” per riscattare l’uguaglianza e ricostituire il valore assoluto della persona. Le chiese raramente sono state sedi di ascolto di questi temi. È ora che alla luce di questo Vangelo vengano riproposti spazi per donne, uomini e bambini dove ciascuno è portatore di diritti alla propria dignità e al proprio valore . Consapevolmente, è nato il gruppo “Uomini in cammino” che hanno accolto l’appello dal titolo “la violenza contro le donne ci riguarda: prendiamo la parola come uomini” . Sono uomini che si sono sentiti chiamati in causa preoccupati dalla violenza esercitata sulle donne nei vari contesti attuali che stiamo vivendo. Essi proclamano “il patriarcato è morto”. Ciò vuol dire che gli uomini si interrogano su questo fenomeno sociale che li ha sempre voluti istituzionalmente “violenti” e portatori di dominio… È la strada alla reciprocità di tutte le differenze, a partire dalla prima che incontriamo appena nati: la differenza di genere. “Non vogliamo più essere complici della violenza” essi finalmente denunciano, consapevoli della portata di danno sociale che ciò comporta. E su questi temi occorre continuare a dibattere e provocare incontri, promuovere informazione tramite associazioni e agenzie istituzionali, quali i sindacati o rappresentanti di servizi tramite i quali elaborare proposte per la creazione di nuovi strumenti legislativi o amministrativi utili a contrastare la violenza contro le donne, una violenza che genera negazione di diritti. “È il pensare violento” che deve essere fermato, dice la relatrice Giovanna Vernerecci, perché violenza è restringimento della libertà di un altro. Questa norma era già riconosciuta due secoli fa. Il godimento della libertà è un bene esistenziale che entra a pieno titolo nell’ordinamento giuridico e il mondo protestante lo fa suo sottolineando il pieno diritto alla serenità, al godimento della libertà vissuta nell’uguaglianza fra tutti gli esseri umani. Negare la felicità è una violazione di diritti. Questa premessa è stata sottolineata anche dalla relatrice Anna Grosso che parlando della situazione semicarceraria dei CPT ha denunciato il sistema fallimentare della legge Bossi-Fini che sono diventati dei veri centri di detenzione. Senza che gli “ospiti” abbiano commesso reati. Anche questa è una violenza: negazione di diritti ai più deboli e bisognosi di aiuto. L’esempio delle nostre comunità consiste nel non fare che la solidarietà resti una routine ma deve essere alimentata dall’indignazione per le violazioni e le ingiustizie. Questi sono atti d’amore di impegno cristiano: testimoniare la visibilità del “fare” dopo tanto “dire”. Come dice S. Paolo “esaminate voi stessi per vedere se siete nella fede”.
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