Teatro
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Il regno di Tolstoj e quello di Dio
Italo Pons - Riforma, 26 gennaio 2007
Un intenso spettacolo teatrale presentato a Genova destinato a far discutere: il rapporto tra un aristocratico terriero con la sua famiglia e i suoi contadini è illustrazione dei
rapporti tra il mondo dei ricchi e quello dei poveri mentre la luce di Cristo fatica a brillare
Svet, la luce, il dramma incompiuto di Tolstoj, che porta come
sottotitolo le parole giovannee del prologo («La luce risplende
nelle tenebre»), è stato messo in scena a Genova dal regista
valdese Marco Sciaccaluga, nella traduzione di Danilo Macrì.
Si tratta di un testo complesso quanto difficile e, nello stesso
tempo, affascinante e di grande attualità per i temi enunciati
che in questi giorni vengono ripresi, in ben in due tavole rotonde,
con la partecipazione del regista oltre a quella di Vittorio
Franceschi, Silvana Rocca, don Antonio Balletto, Giampaolo
Gandolfo, Eugenio Pallestrini. Uno spettacolo destinato a far
discutere e far crescere le idee.
QUANDO i prati delle montagne cominciano a
non essere falciati o destinati al pascolo, poco alla volta si
diffondono, con rapidità, le betulle. Sotto questi alberi,
dai tronchi bianchi e dalla rapida crescita, il sottobosco ha
una certa possibilità di svilupparsi e portare magari
mirtilli e funghi. Questa immagine,nei miei lontani ricordi
agro-pastorali, mi è ritornata alla mente, in un contesto
assolutamente diverso, come quello di una scenografia
teatrale, genialmente ideata da Jean-Marc Stehlé, al
«Duse» di Genova. Al centro della scena, attorniati da un
bosco di betulle, i protagonisti nella loro parte, dopo avervi
sostato, ripartono nelle varie direzioni che li porta nelle
loro stanze, alle loro attività o
ancora al divertimento.
Il bosco testimone e dominante.
Sotto di esso scorrono
divertimento e noia; il presente
e l’ambizione a trasformarlo;
la contemporaneità e
l’eternità. Quest’ultima sembra
sfuggire, pur nel tentativo
di arginarle, alle sottigliezze
teologiche di un paffuto
pope, dalla barba folta e nera,
preoccupato: «Se si deve
indicare la strada al popolo,
si presume che ci voglia una
verità chiara. Che non si discute
». Così, in questo spazio,
che rimanda ai grandi
giardini, delle case aristocratiche,
si conversa e si discute
animatamente; le betulle
spoglie sembrano animarsi
nel mutare delle stagioni pur
restando se stesse, ancora
una volta: testimoni, silenziose
ma non distratte, di
tante voci che si alternano
per mettere in moto le idee
pericolose, altre volte unicamente
salottiere o amorose,
di alcuni suoi protagonisti.
Coloro che sono contagiati
dalle utopie, tema dominante
dello spettacolo, le subiscono
le scelgono in maniera consapevole.
In un caso, per uno di
essi, saranno per un destino
senza ritorno. Per altri, il cattivo
maestro, interpretato da
un bravissimo Vittorio Franceschini,
il tentativo di convivere
con esse nella contraddizione:
le affermazioni ultime
e radicali portano sempre come
segno l’ambiguità nei
comportamenti e nelle scelte
che ci si trova a compiere.
Le betulle osservano ancora
dall’alto, quando lo scenario
si trasforma, in maniera molto
più fredda, in una stanza di
una caserma, di un ospedale,
o ancora in una povera capanna
di contadini: quasi una
corte dei miracoli. Il bosco dei
divertimenti, forse, simbolicamente,
il giardino dell’Eden,
anche se ormai contaminato
da un mondo autoreferenziale
o in cerca di ideali, ma anche
di fame e povertà. «Hanno
tagliato un albero, uno solo,
e per questo è in prigione»,
dice Nicolaj Ivanovic. Un bosco
che non muta: cosa che
avviene per i suoi personaggi.
In ogni caso costretti, malgrado
loro, a prendere posizione.
Le betulle, con il pubblico,
osservano le trasformazioni di
coloro che vengano brutalmente
interrogati perché diventati
pacifisti radicali, seviziati
e infine rinchiusi in un
manicomio. Altri in nome di
un’utopia – che qualcuno ha
preso talmente sul serio come
ragione di vita, innescata in
una sorte di illuminazione interiore
–, davanti alle pessime
condizioni di vita dei suoi
contadini non è in grado di
fare altro, dopo averla teorizzata,
che restare, nella circonferenza
di quel bosco. Tentativo,
anche questo mancato,
di trasformarsi da borghese a
falegname, al quale però verrà
rimproverato: «per far finta di
esserlo vi dovete chiudere in
una camera. Non vedo un falegname.
Vedo un fariseo», dice
uno dei personaggi femminili
alla fine del dramma.
Poco prima della fuga da
quella camera, dove si è rifugiato,
il personaggio sarà fermato
per sempre da un colpo
di pistola, per opera della nobildonna,
interpretata da una
convincente Orietta Notari,
intenzionata a risarcire suo figlio
ormai perso, a sua volta,
per sempre. Le parole, della
Principessa, sono molto più
forti del colpo che mette fine
alla vita Nicolaj Ivanovic e su
cui cala il sipario: «Più vi sento
parlare, signor Sarycev, più
vi odio. Io so soltanto una cosa:
mio figlio muore. E voi
continuate a vivere».
Un’ultima considerazione,
in qualche modo in dialogo
con le osservazioni del registra,
nella conclusione dell’intervista
che riportiamo nel
riquadro, ci spingono a ritenere
che la nostra azione in
realtà, se la pensiamo nei termini
della fede evangelica, ci
invita a prendere seriamente
le distanze dalla salvezza da
sé, da una sorta di autoriscatto,
e da ansie di salvare il
mondo. Forse dal titolo Svet,
si dovrebbe trarre l’indicazione
che l’azione sociale non
può mai prescindere dal pessimismo
radicale e, nello
stesso tempo, dall’ottimismo
altrettanto radicale; perché la
salvezza viene solo dalla grazia
e da Cristo, Svet la luce
appunto, e non dalle nostre
opere1. Non dimentichiamolo
troppo facilmente.
1. Riprendo un pensiero di
Christophe Deplanque comparso
in un articolo da Réforme (n°
3193, 5-11 ottobre 2006) dal titolo:
«Preparate il Regno di Dio
senza pensare di costruirlo qui».
Da rileggere le pagine che Sergio
Rostagno dedica al tema del radicalismo
in Gesù, cfr. Teologia e
società, Claudiana, 1989 pp. 93 s.
La vicenda
Un ricco proprietario terriero, Nikolaj Ivanovic Sarycev, e la sua
famiglia – attorno alla quale ruota il dramma – si trovano a misurarsi
con i temi della rivelazione cristiana che Tolstoj non solo ha
reso oggetto della sua scrittura1, ma ha cercato di adattare a se
stesso. Il tentativo di vivere, appunto, radicalmente l’Evangelo,
mettendolo in pratica nella povertà e realizzandone la giustizia
in un’interpretazione assoluta (in particolare negli enunciati del
Sermone sul Monte), echeggia con evidenza in tutto il testo: abbandonare
ogni cosa, farsi uguale ai suoi contadini, non possono
che creare scompiglio e infelicità in quella sorta di «alveare giocondo
» rappresentato dalla famiglia e dalla cerchia più ampia degli
amici al seguito. Così la moglie dovrà prendere le sue misure
cautelative per salvare la famiglia e il patrimonio.
Un giovane prete, interpretato da Gianluca Gobbi, lettore forse
poco accorto della vita del Gesù di Renan2, abbandona per un
certo tempo la chiesa; e un altro giovane aristocratico, Flavio Parenti,
è spinto a portare all’estremo le conseguenze ciò che ha
udito diventando un apostolo votato al martirio.
Leone Tolstoj, Il Regno di Dio è in mezzo a voi. Trento-Manca,
Publiprint.
Sulle conseguenze di questa pubblicazione di grande successo
e sull’impatto che ebbe sul mondo religioso rimando a Heyer Den
C. J. La storicità di Gesù. Torino, Claudiana, 2000 pp. 44 ss.
1 Leone Tolstoj, Il Regno di Dio è in mezzo a voi, Publiprint-
Trento- Manca, A.I.I Genova,1988
2 Sulle conseguenze di questa pubblicazione di grande successo
e sull’impatto che ebbe sul mondo religioso rimando a Heyer
Den C.J. La storicità di Gesù, Claudiana, Torino 2000 pp. 44 s.
In «Svet» rivivono i rapporti tra Occidente e Terzo Mondo
Riprendiamo alcune parti
dell’intervista che Marco Sciaccaluga
ha rilasciato ad Aldo Viganò
pubblicata nel volume edito da Il
Melangolo*.
– Che cosa significa quel titolo
che cita il Vangelo di Giovanni?
«Ciò che mi sembra interessante
soprattutto in Tolstoj
è la radicalità di questo
messaggio evangelico che
non si limita annunciare l’avvento
della luce (in russo
svet) perché nel verso seguente
aggiunge: “ma le tenebre
non l’hanno ascoltata”.
Ed è proprio questa non
accoglienza della luce da parte
delle tenebre che tormenta
Tolstoj […] C’è molto di questo
Tolstoj in Nicolaj Ivanovic,
protagonista di Svet, il
quale proprio a causa dello
scarto fallimentare tra il suo
pensiero e la sua azione diventa
un uomo ridicolo».
– Che caratteristica ha la
famiglia di «Svet»?
«Per molti versi ricorda
quella di dello stesso Tolstoj.
Esteriormente può anche
dare l’impressione di essere
una famiglia simile a quella
del teatro di Cechov. Ma in
concreto le differenze sono
enormi. Soprattutto, mentre
i personaggi di Cechov vivono
interamente nella nostalgia
del passato, quelli di Svet
esistono soprattutto nell’aspetto
del futuro. I suoi
personaggi non sono tristi,
ma sono preoccupati, e questa
preoccupazione trasforma
anche la loro vita in
qualcosa di ridicolo. Per Tolstoj,
l’arte deve indicare una
via all’umanità […]».
– Che cosa abbiamo noi da
spartire con questa aristocrazia
terriera tormentata da
scrupoli sociale e religiosi?
«[…] il rapporto tra Nicolaj
Ivanovic e la sua famiglia con
i loro contadini raffigura
esattamente quello che c’è
oggi tra l’opulenta società occidentale
e il Terzo mondo.
Come quello di Nicolaj Ivanovic
rispetto ai suoi contadini,
anche il nostro benessere
si fonda sulla sofferenza e
sulla morte di altri. Svet ci
pone con forza il problema e
ci costringe a domandarci
che cosa si può fare. A questo
interrogativo, Nicolaj Ivanovic
offre risposte la cui radicalità
è direttamente proporzionale
alla loro sufficienza,
anche perché finisce con
produrre una forma di inaudita
violenza nei confronti
delle persone che gli stanno
vicino, mettendo in moto
una rete di incomprensioni
spinte sino al limite della follia.
Nessuno può accettare
che un uomo sacrifichi i suoi
figli, o porti all’autodistruzione
quelli degli altri, per amore
dell’umanità. Ci deve essere
un’altra soluzione.
[…] Ma nonostante tutto le
idee di Nicolaj Ivanovic e del
suo discepolo Boris sopravvivono
anche alla sconfitta e
alla morte: sono ancora qui a
chiederci delle risposte ragionevoli.
Quello che io trovo
molto bello in Tolstoj non assume
mai un atteggiamento
reazionario, bensì fa proprio
il punto di vista di una società
progressista. […] Ecco
come ancora una volta, un
grande artista, pur mosso a
scrivere da motivazioni esplicitamente
ideologiche e didascaliche,
giunge a risultati
che ci fanno capire come l’arte
possa diventare il luogo
dove faticosamente l’uomo
riesce ancora a capire qualcosa
di sé e del mondo».
* Lev N. Tolstoj, Svet, La luce
splende nelle tenebre, Collana del
Teatro Stabile di Genova n. 111.
Genova, Il Melangolo, 2006.
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